di Greta Mazzettino.
La letteratura scientifica ci offre una cospicua disamina multidimensionale relativa alle Lingue dei Segni: storia e storie delle lingue segniche, linguistica, normativa e tanti ulteriori aspetti che sono stati attenzionati grazie alle testimonianze dei Sordi e dell’intera comunità dei Segnati. Un patrimonio di ricerca, questo, che si arricchisce ogni giorno di più non solo grazie all’amore incondizionato di una Comunità che vive e accresce se stessa ma anche grazie ai numerosi percorsi che la Lingua dei Segni sta creando in nuovi ambiti, fuori dal “suo solito e storico seminato” configurandosi oggi, anche come strumento di Comunicazione Aumentativa Alternativa per chi presenta bisogni comunicativi complessi. Bene, dinanzi a questa moltitudine di riflessioni sul valore potenziale ed esponenziale della Lingua dei Segni vorrei soffermarmi su un aspetto ancora poco conosciuto, poco analizzato e che invece, a mio avviso, sarebbe interessantissimo approfondire.
Se è vero che l’apprendimento di una L2 comporta un miglioramento delle capacità cognitive globali[1] – quali il potenziamento delle funzioni esecutive, un miglioramento delle capacità mnestiche e di multitasking, una maggiore consapevolezza metalinguistica, nonché lo sviluppo della creatività, delle abilità decisionali e un ritardo nell’invecchiamento neuronale – mi chiedo se i medesimi benefici derivino anche nel caso dell’apprendimento di una lingua non più acustico-vocale ma visivo-gestuale.
Quali sono, allora, se ci sono, le fruttuose conseguenze dell’apprendimento di una lingua segnica (che più avanti conosceremo come LS) sulle capacità cognitive del discente? Essendo una lingua visivo-gestuale e dunque interessando aree cerebrali più vaste, complesse e maggiormente interconnesse rispetto a quelle meramente linguistiche, come l’area di Broca e di Wernicke, quali sono, più nello specifico i benefici globali per il discente?
Questione interessante.
Ma facciamo un passetto indietro.
L’apprendimento di una Lingua dei Segni rappresenta un’esperienza linguistica particolare, perché introduce il soggetto a un sistema comunicativo pienamente linguistico ma espresso attraverso una modalità visivo-gestuale e spaziale, anziché audio-vocale. Riprendendo un importante contributo di Ferdinand de Saussure sulla distinzione tra le langage e la langue, – il primo inteso come facoltà specie-specifica umana, universale e innata di comunicare attraverso un sistema condiviso di segni e la seconda come un codice specifico, storicamente determinato e condiviso da una comunità di parlanti[2] – le lingue dei segni, sono effettivamente delle lingue (e non dei linguaggi) perché possiedono una propria struttura morfo-sintattica, dunque una grammatica, una sintassi, un’organizzazione lessicale e, esattamente come le lingue vocali, consentono di esprimere concetti astratti, emozioni, intenzioni e contenuti complessi. La diversa modalità di produzione e percezione determina, tuttavia, specifiche richieste cognitive e percettive[3].
Ma vediamo in che modo le lingue dei segni “si relazionano” e potenzialmente, influenzano le nostre funzioni esecutive, cioè quei “processi cognitivi coinvolti nell’iniziazione, pianificazione, organizzazione e regolamentazione dei comportamenti” (Stuss & Benson, 1986)[4].
Ellen Bialystok e collaboratori, così come Judith Kroll e Albert Costa, hanno evidenziato come l’apprendimento di una nuova lingua implichi l’utilizzo di diverse componenti delle funzioni esecutive, tra cui attenzione, memoria di lavoro, flessibilità cognitiva e capacità di inibire risposte automatiche. La letteratura sul bilinguismo, avviata dalle loro ricerche, suggerisce possibili associazioni tra esperienza bilingue e alcune componenti del controllo cognitivo, in particolare flessibilità e inibizione, anche se i risultati non sono uniformi e non consentono di parlare di un generale e automatico “vantaggio bilingue”.[5]
Nel caso delle lingue dei segni, la particolare organizzazione visivo-spaziale della lingua introduce ulteriori richieste cognitive. Il segnante deve infatti mantenere l’attenzione sul volto e sulle mani dell’interlocutore, interpretare contemporaneamente informazioni manuali e non manuali e utilizzare lo spazio per organizzare riferimenti, relazioni e movimenti. Al riguardo, anche gli studi condotti su campioni di persone udenti che apprendono una lingua dei segni in età adulta hanno evidenziato come i discenti possano sviluppare adattamenti nelle modalità di elaborazione delle informazioni visuospaziali. In particolare, l’esperienza con una lingua dei segni è stata associata a una maggiore efficienza in compiti che richiedono l’utilizzo di informazioni spaziali.[6] Questo dato è particolarmente interessante perché suggerisce che l’apprendimento di una lingua dei segni non coinvolga esclusivamente la componente linguistica, ma possa interagire positivamente con specifiche modalità di elaborazione percettiva e spaziale.
Un’altra valutazione interessante, sicuramente meritevole di ulteriori ricerche, riguarda la relazione esistente con la memoria di lavoro. Durante la comunicazione in segni infatti, oltre ad informazioni spaziali e visive, è necessario mantenere e integrare informazioni che vengono presentate in sequenza andando a stimolare la memoria di lavoro. Le ricerche fin qui condotte, tuttavia, invitano alla cautela perché non sarebbe corretto il sillogismo per cui imparare una lingua dei segni determini automaticamente un incremento generalizzato della memoria di lavoro. È più appropriato infatti, parlare di un allenamento di specifiche strategie di elaborazione, legate alle caratteristiche della modalità visivo-spaziale, e di come la memoria e le prestazioni cognitive possano variare in funzione della modalità dello stimolo, della storia linguistica e dell’esperienza individuale[7].
Forse uno degli aspetti più significativi dell’apprendimento di una Lingua dei Segni riguarda la consapevolezza comunicativa. La comunicazione segnata infatti, attribuisce un ruolo centrale allo sguardo, all’espressione facciale (parametro formazionale delle lingue segniche), alla postura, alla direzione del movimento, all’organizzazione dello spazio e alla gestione dei turni conversazionali; a quelle che in linguistica delle lingue segniche sono definite componenti non manuali. Imparare a utilizzare questi elementi significa sviluppare una maggiore attenzione verso ciò che accade durante l’interazione e verso i segnali prodotti dall’interlocutore. La comunicazione diventa quindi un processo nel quale guardare, osservare, interpretare e adattarsi assumono un’importanza fondamentale per favorire una maggiore consapevolezza della natura multimodale del linguaggio e della necessità di modificare le proprie strategie comunicative in funzione dell’interlocutore e del contesto. Proprio al riguardo, partendo dall’inconfutabile assunto che la lingua è innanzitutto relazione, veicolo di cultura e costruzione di un senso di appartenenza, l’apprendimento di una LS significa anche entrare in contatto con una comunità linguistica e culturale, confrontarsi con una modalità comunicativa differente e sviluppare una maggiore consapevolezza delle barriere che possono ostacolare la partecipazione. In quest’ottica, il valore dell’apprendimento di una LS non risiede esclusivamente negli eventuali effetti sulle funzioni cognitive, ma anche nella possibilità di ampliare le proprie competenze comunicative e relazionali e di costruire contesti maggiormente accessibili.
A mio avviso dunque, la ricerca scientifica fino ad oggi condotta suggerisce un quadro interessante ma che richiede anche una certa prudenza nell’interpretazione dei dati, almeno per il momento. È sì inconfutabile che l’apprendimento di una lingua segnica coinvolge simultaneamente linguaggio, attenzione, memoria, elaborazione visuospaziale, controllo motorio e competenze comunicative ma il suo apprendimento e il suo utilizzo possono essere associati ad adattamenti di specifici processi cognitivi, con evidenze più solide per alcuni aspetti visuospaziali e di flessibilità cognitiva rispetto ad altri che necessitano ancora di ulteriori approfondimenti.
Tuttavia, al di là dei possibili benefici cognitivi, rimane però un dato fondamentale: imparare una lingua dei segni significa ampliare le proprie possibilità di comunicare e quando aumentano le possibilità di comunicare, aumentano anche le possibilità di incontrarsi, comprendersi e vivere insieme.
[1] Bialystok, E., Craik, F. I. M., & Luk, G. (2012). Bilingualism: Consequences for mind and brain. Trends in Cognitive Sciences, 16(4), 240-250.
[2] De Mauro, T. (A cura di). (2009). Corso di linguistica generale (F. de Saussure, Autore), 23-30. Laterza.
[3] K Emmorey, Processing a dynamic visual-spatial language: psycholinguistic studies of American Sign Language, J. Psycholinguist Res. 1993 Mar; 22; 153-87.
[4] Stuss, D., & Benson, F. (1986). The frontal lobes. New York: Raven Press.
[5] Giovannoli, J., Martella, D., Federico, F., Pirchio, S., & Casagrande, M. (2020). The impact of bilingualism on executive functions in children and adolescents: A systematic review based on the PRISMA method. Frontiers in Psychology, 11, 574789.
[6] Ibidem.
[7] Tyler C. McFayden, Maria K. Gonzalez Aguiar, Charlotte C. MacKenzie, Anne McIntosh & Kristi S. Multhaup, (2023). Verbal and visual serial-order memory in deaf signers and hearing nonsigners: A systematic review and meta-analysis. Psychonomic Bulletin & Review, Springer Nature.

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